Il sabato mattina mi svegliai senza la sveglia.
Per qualche secondo rimasi ferma, ancora immersa in quel momento sospeso tra il sonno e la realtà. La stanza era illuminata da una luce morbida e dorata che entrava dalle tende.
Allungai una mano accanto a me.
Il lato del letto era vuoto.
Aprii gli occhi completamente.
Lui non c’era.
Sentii però un rumore lontano provenire dalla cucina. Qualcosa che si muoveva, il tintinnio leggero di una tazza.
Sorrisi.
Mi alzai lentamente dal letto e infilai la sua camicia che avevo lasciato sulla sedia la sera prima. Le maniche erano troppo lunghe e il tessuto mi scivolava morbido sulle gambe.
Quando arrivai alla porta della cucina, mi fermai senza farmi vedere.
Era lì.
Di spalle.
Stava preparando il caffè.
I raggi del sole del mattino illuminavano la stanza e la sua figura. I capelli ancora un po’ spettinati, la maglietta scura, le spalle larghe.
Per un momento rimasi semplicemente a guardarlo.
Certe immagini sono così semplici da sembrare perfette.
Come questa.
«Sai che ti vedo, vero?»
La sua voce mi fece sobbalzare leggermente.
Scoppiai a ridere.
«Come fai sempre a saperlo?»
Si voltò lentamente.
Il suo sorriso comparve subito quando mi vide.
«Intuizione.»
Il suo sguardo scese lungo la mia figura, fermandosi sulla camicia che indossavo.
«Bella scelta.»
Abbassai lo sguardo su di me.
«Stavo solo passando di qui.»
Lui sollevò un sopracciglio.
«Con la mia camicia?»
Mi avvicinai al tavolo.
«È molto comoda.»
Versò il caffè in due tazze e me ne porse una.
Le nostre dita si sfiorarono per un attimo quando la presi.
Quel piccolo contatto bastò a creare quella familiarità silenziosa che esiste tra noi.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra.
Per qualche minuto bevemmo il caffè senza parlare.
Il sole continuava a salire nel cielo e la casa era piena di luce.
«Che programmi hai oggi?» chiesi.
Lui fece un piccolo gesto con la mano.
«Niente di urgente.»
«Strano.»
«Ogni tanto succede.»
Appoggiai il mento sulla mano.
«Potremmo uscire.»
Lui mi osservò per un secondo.
«Tipo?»
«Una passeggiata. Pranzo fuori. Qualcosa di normale.»
Il suo sorriso si fece più lento.
«Normale, dici.»
«Sì.»
Rimase in silenzio per un momento, come se stesse pensando.
Poi il suo sguardo cambiò appena.
Non saprei spiegare esattamente come.
Ma lo riconobbi subito.
Era quello sguardo.
Quello che appare quando nella sua testa nasce un’idea.
«Che c’è?» chiesi.
«Stavo pensando.»
«Questo mi preoccupa.»
Lui ridacchiò piano.
Poi si alzò dalla sedia e fece il giro del tavolo.
Quando arrivò accanto a me, appoggiò una mano sullo schienale della mia sedia.
«E se facessimo qualcosa di meno… normale?»
Il mio cuore accelerò leggermente.
«Tipo cosa?»
Lui si chinò appena verso di me.
Abbastanza da farmi sentire il suo respiro vicino all’orecchio.
«Fidati di me.»
Sentii un piccolo brivido lungo la schiena.
Era incredibile come riuscisse a cambiare l’atmosfera con così poco.
Mi voltai verso di lui.
«Dovrei preoccuparmi?»
Il suo sorriso si allargò.
«Mai.»
Le sue dita sfiorarono il bordo della camicia che indossavo.
Un gesto leggero.
Ma carico di quella tensione sottile che esiste sempre tra noi.
«Preparati» disse piano.
«Tra mezz’ora usciamo.»
«E dove andiamo?»
Lui si raddrizzò e prese un sorso di caffè.
«Lo scoprirai.»
Lo guardai con sospetto.
«Tu ami troppo i misteri.»
«Solo quelli interessanti.»
Sospirai, ma un sorriso mi sfuggì comunque.
Perché la verità è che con lui succede sempre la stessa cosa.
Ogni volta che penso di sapere dove stiamo andando…
lui riesce a sorprendermi.
E quella mattina avevo la sensazione molto chiara che stesse per succedere di nuovo.

