La mattina dopo arrivò troppo presto.
La sveglia suonò con quel suono odioso che sembra sempre più forte quando si dorme bene.
Aprii un occhio.
Poi l’altro.
La prima cosa che vidi fu la luce chiara del mattino che filtrava tra le tende. La seconda… fu lui.
Dormiva ancora.
Disteso sulla schiena, un braccio sopra la testa, i capelli leggermente spettinati. Il respiro lento, tranquillo.
Rimasi qualche secondo a guardarlo.
C’è qualcosa di incredibilmente pacifico nel vedere qualcuno che ami dormire.
Come se, per un attimo, il mondo intero rallentasse.
Allungai una mano e gli sfiorai il petto con la punta delle dita.
Nessuna reazione.
Sorrisi.
«Pigro…» mormorai piano.
Mi alzai dal letto cercando di non fare rumore e andai in cucina. Preparai il caffè, tostai due fette di pane e aprii la finestra.
L’aria del mattino entrò subito nella stanza.
Fresca. Pulita.
Sentii i suoi passi qualche minuto dopo.
«Buongiorno.»
La sua voce era ancora roca per il sonno.
Mi voltai.
Era appoggiato allo stipite della porta della cucina, con quella solita aria un po’ spettinata delle prime ore del giorno.
«Buongiorno» risposi.
Si avvicinò lentamente.
«Sei già operativa.»
«Qualcuno deve pur esserlo.»
Lui prese una tazza e versò il caffè.
«Io preferisco fingere che il mondo non esista ancora per almeno mezz’ora.»
Sorrisi.
Facemmo colazione insieme, parlando poco. A volte succede. Non è un silenzio imbarazzante.
È uno di quei silenzi comodi.
Di quelli che esistono solo quando due persone stanno davvero bene insieme.
Dopo poco iniziammo a prepararci.
Lui davanti allo specchio della camera, sistemando la camicia. Io che cercavo disperatamente un paio di scarpe decenti nell’armadio.
«Hai visto le mie scarpe nere?» chiesi.
«Quelle che hai lasciato in soggiorno ieri sera?»
Sospirai.
«Perfetto.»
Lui ridacchiò piano.
Quando finalmente fummo pronti uscimmo insieme.
Il tragitto fino al lavoro lo facciamo spesso insieme. Poi a un certo punto le nostre strade si dividono.
Prima di separarci mi prese la mano per un attimo.
«Ci vediamo stasera, principessa.»
«Sempre.»
La giornata passò veloce.
In ufficio Clara era già davanti al computer quando arrivai.
«Buongiorno!» disse senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Buongiorno.»
Appoggiai la borsa sulla scrivania.
«Dimmi una cosa» disse improvvisamente lei.
«Mmh?»
«Come fa tuo marito ad avere sempre quell’aria…»
Fece un gesto con la mano cercando la parola giusta.
«…pericolosamente affascinante?»
Scoppiai a ridere.
«Non ne ho idea.»
Lei si girò verso di me con un sorriso divertito.
«Sei fortunata, lo sai?»
Sorrisi.
Sì.
Lo sapevo.
La giornata di lavoro fu piena come al solito.
Telefonate. Riunioni. Email.
Ogni tanto controllavo il telefono.
Verso metà pomeriggio arrivò un suo messaggio.
Non vedo l’ora di tornare a casa.
Il mio sorriso comparve automaticamente.
Nemmeno io.
Quando la sera tornai a casa, lui era già lì.
La luce del soggiorno era accesa e dalla cucina arrivava un profumo familiare.
Entrai.
«Sei arrivata.»
La sua voce era calma, calda.
Lo trovai ai fornelli.
«Hai cucinato?» chiesi sorpresa.
«Non fare quella faccia.»
Mi avvicinai.
«Sono impressionata.»
«Dovresti esserlo.»
Ridemmo.
Mangiammo insieme, raccontandoci la giornata. Piccole cose. Dettagli banali.
Ma sono proprio quelle cose che costruiscono una vita.
Dopo cena ci spostammo sul divano.
La casa era silenziosa.
Io mi rannicchiai accanto a lui sotto una coperta leggera.
Le sue braccia mi circondarono automaticamente.
Appoggiai la testa sul suo petto.
Il suo cuore batteva lento e regolare.
«Giornata lunga?» chiese piano.
«Un po’.»
Le sue dita iniziarono a muoversi lentamente tra i miei capelli.
Quel gesto semplice che mi fa sempre rilassare.
Chiusi gli occhi per un momento.
«Sai qual è la parte migliore della giornata?» mormorai.
«Quale?»
Sorrisi.
«Questa.»
Lui abbassò lo sguardo verso di me.
Le sue labbra sfiorarono la mia fronte con un bacio lento.
Un gesto dolce. Protettivo.
Restammo così per qualche minuto.
In silenzio.
Fuori la città continuava a muoversi.
Ma dentro quella casa, tra le sue braccia, tutto sembrava improvvisamente perfettamente al suo posto.
E in quel momento capii una cosa semplice.
Non erano le giornate straordinarie a rendere speciale la nostra storia.
Erano quelle normali.
Quelle come questa.

