Quella sera stavo rientrando a casa dal lavoro. Avevo le chiavi in mano quando sentii la sua voce dall’interno dell’appartamento. «Sei tornata.» Non era una domanda. Entrai e lo trovai in soggiorno, appoggiato al tavolo con le maniche della camicia arrotolate. Alzò lo sguardo verso di me. E sorrise. Quel sorriso lento che conosco fin troppo bene. «Com’è andata la giornata, principessa?» Chiusi la porta alle mie spalle. E in quel momento ebbi la sensazione, molto chiara, che quella sera non sarebbe stata una serata normale. Con lui, in realtà, non lo è mai.
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Appoggiai la borsa sulla sedia vicino all’ingresso e mi tolsi lentamente la giacca. Lui non si era mosso. Era ancora lì, appoggiato al tavolo, a guardarmi. C’è un modo molto preciso in cui mio marito osserva le cose. Le persone. Le situazioni. Calmo. Attento. Come se riuscisse a vedere un passo più avanti rispetto agli altri. E quando guarda me… è ancora diverso. «Perché mi guardi così?» chiesi. Lui inclinò leggermente la testa. «Così come?» «Come se stessi pensando a qualcosa.» Il suo sorriso si allargò appena. «Sto sempre pensando a qualcosa.» Mi avvicinai alla cucina e presi un bicchiere d’acqua. Avevo ancora addosso il rumore della giornata: le voci dei colleghi, le mail, le telefonate, le scadenze. Lui invece sembrava completamente calmo. Come se la casa fosse il suo territorio naturale. «Com’è andato il lavoro?» mi chiese di nuovo. Bevvi un sorso d’acqua. «Zelda ha quasi distrutto il computer dell’ufficio stamattina.» Lui sollevò un sopracciglio. «Quasi?» «Caffè rovesciato sulla tastiera.» Lui ridacchiò piano. «Classico.» Mi appoggiai al piano della cucina di fronte a lui. «E tu invece?» Scrollò le spalle. «Giornata lunga.» Feci un piccolo passo verso di lui. Ora eravamo molto più vicini. Abbastanza da vedere il leggero segno della barba sul suo mento, abbastanza da sentire il profumo della sua camicia. «Sei stanca?» chiese. «Un po’.» Lui rimase in silenzio per qualche secondo. Poi allungò una mano e prese delicatamente il mio mento tra le dita. Un gesto semplice. Ma il mio respiro cambiò immediatamente. «Mmh.» Il suo sguardo scese per un istante sulle mie labbra. Poi tornò nei miei occhi. «Non sembra.» Il mio cuore fece un piccolo salto. «Forse perché adesso sono a casa.» «Forse» disse lui. La sua mano scivolò lentamente lungo il mio braccio fino al polso. Le sue dita si intrecciarono alle mie. Quel contatto, leggero ma sicuro, bastava sempre a cambiare l’atmosfera tra noi. Non era solo affetto. Era qualcosa di più profondo. Una tensione silenziosa che esisteva tra noi fin dal primo giorno. «Sai a cosa stavo pensando?» disse improvvisamente. Scossi la testa. «No.» Il suo pollice sfiorò lentamente il dorso della mia mano. «A quella sera sul lungomare.» Sorrisi subito, senza riuscire a evitarlo. «Quella in cui faceva freddissimo?» dissi. Lui annuì piano. «Esatto.» Ricordavo perfettamente quella sera. Eravamo usciti senza programmi, solo per fare due passi dopo cena. L’aria era gelida e il vento muoveva l’acqua scura del mare. Le luci della città si riflettevano sulla superficie come piccole scintille. Avevo continuato a lamentarmi del freddo per almeno dieci minuti. «Ti avevo detto di mettere una giacca più pesante» disse lui con un mezzo sorriso. «E io ti avevo detto che volevo essere elegante.» Lui ridacchiò piano. «Elegante e congelata.» «Non ero congelata.» «Avevi le mani ghiacciate.» Abbassai lo sguardo sulle nostre mani intrecciate e sorrisi. «E tu hai fatto finta di niente.» Lui scosse leggermente la testa. «Non ho fatto finta.» Fece una piccola pausa. «Ti ho preso la mano.» Ricordavo anche quello. Eravamo rimasti in silenzio a guardare l’acqua per qualche minuto. Poi lui aveva preso la mia mano, semplicemente. Un gesto naturale. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo. «È stato il momento in cui ho capito una cosa» disse lui. Alzai gli occhi verso di lui. «Cosa?» Il suo sguardo si fece più serio. «Che non ti avrei più lasciata andare.» Il mio cuore fece un piccolo salto nel petto. Il silenzio tra noi diventò improvvisamente più denso. Più caldo. Sentii il suo pollice disegnare lentamente un piccolo cerchio sul mio polso. Un gesto lento. Calcolato. «E avevo ragione?» chiese. Lo guardai negli occhi. Dentro di me sapevo già la risposta. «Sì» dissi piano. Il suo sorriso tornò. Quello che mi fa sempre sentire come se stessi entrando in territorio pericoloso. Poi si avvicinò ancora un po’. Le sue labbra sfiorarono appena le mie. Non era un bacio vero. Solo un contatto leggero. Quasi una promessa. «Lo sapevo» mormorò. E in quel momento capii una cosa con assoluta chiarezza. La serata era appena iniziata. E con lui… non si sa mai dove può finire.

